INTRODUZIONE
La catena alpina
si è prodotta a seguito di movimenti di origine tettonica che hanno portato
allo scontro di due masse continentali denominate Paleoafrica e Paleoeuropa,
proprio ad indicarne l'odierna coincidenza con i due continenti di cui l'estremo
settentrionale della penisola italica ne ha rappresentato (e tutt'ora ne
rappresenta) il punto di contatto cruciale. La collisione, peraltro lentissima,
ha prodotto come risultato la frantumazione, il sollevamento e la distorsione di
grandi lembi di crosta terrestre i quali si sono
accavallati in una successione di falde di ricoprimento a formare
quell'articolato sistema di montagne che gli agenti esogeni hanno poi
incessantemente modellato, nell'arco di decine di milioni di anni, nelle forme che oggi
conosciamo. Proprio a guisa
di un foglio di carta che se se spinto da ambo i lati verso il centro tende a
incresparsi, e a sollevarsi deformandosi, così sono state sospinti verso
la superficie da un lato i
sedimenti oceanici che giacevano al di sotto del mare della Tetide, che si
apriva fra i due paleocontinenti sopraddetti, dall'altro
le rocce profonde di tipo igneo che erano alla base dell'antico continente
europeo, mutate nella loro struttura proprio dalle elevatissime pressioni cui
furono sottoposte.
La valle
dell'Ossola taglia quasi ortogonalmente queste unità tettoniche, divise in tre
zone da due linee di faglie note come Linea Insubrica o del Canavese (il teorico
punto di contatto fra le due masse continentali) e Linea di Cossato - Pogallo -
Brissago. Nella figura più sotto si è tentato di rappresentare schematicamente il tutto.
Con la lettera A
si contraddistingue il Dominio Pennidico (la Paleoeuropa) e il Dominio
Austroalpino (scaglie di zolla paleoafricana che si sono sovrapposte alla crosta
paleouropea), con la lettera B il dominio Sudalpino, costituito da rocce della
Paleoafrica non trasformate dall'orogenesi alpina. Il dominio Sudalpino è
suddiviso ulteriormente in due grandi zone (denominate B1 e B2 in figura), note
come Zona Ivrea-Verbano (B1) e come Zona Strona-Ceneri e Zona dei laghi (B2).

I CORNI DI NIBBIO
L'area in cui
s'innalza la catena dei Corni di Nibbio, l'Impervia e selvaggia successione di
guglie, costoloni, forre e pareti che si eleva dalla Cima
di Corte Lorenzo (1578 m s.l.m.) fino alla nera piramide del Pizzo del Lesìno
(1990 m s.l.m.), fra Valle Ossola e Valgrande, si
colloca geologicamente all'interno della Zona Ivrea-Verbano (Zona B1), caratterizzata da rocce
compatte di elevata durezza, come testimoniato proprio dalle forme aspre ed
aguzze di questi monti. L'intera catena è percorsa da canaloni e solchi
estremamente ripidi e molto profondi, in parte sfruttanti preesistenti sistemi di frattura che le acque meteoriche hanno poi contribuito
nel tempo a
modellare ed approfondire.

Il
Pizzo del Lesìno ripreso dai Casali, sopra Anzola, il 20 Giugno 2004.
Con andamento
prevalente Sud-Est - Nord-Ovest, i Corni di Nibbio, caratterizzati da
un'altitudine modesta (fra i 1600 e i 2000 metri di quota) presentano due
versanti climaticamente e vegetazionalmente abbastanza differenti: secco e
solatio il versante ossolano, ad esposizione meridionale, più umido e fresco
quello valgrandino. Sul primo, dopo una prima fascia occupata
prevalentemente dal castagno, ed una seconda altimetricamente molto compressa ove i castagni si
mischiano ai faggi e alle betulle, talvolta molto numerose, già intorno agli
900-1000 metri la vegetazione diviene prevalentemente arbustiva, con ampie zone
ricoperte di erica e di ginestre. Nei valloni più freschi e riparati e nelle
zone più ombrose il faggio diviene predominante e si spinge fino a quote più
elevate, gradualmente sostituito da grandi cespugli di ontano verde. Sul
versante valgrandino esso è invece presente già dal dal fondovalle, mischiato al
castagno e a qualche rovere, ma più in alto diventa il dominatore assoluto
formando, al margine meridionale della catena, sui ripidi pendii
settentrionali che corrono dal Monte Faiè alla Cima di Corte Lorenzo, boschi
quasi puri dalle proporzioni vastissime. Solo più in alto, in prossimità delle
creste, oppure dove le pareti assumono inclinazioni impossibili, le faggete cedono
il posto ai magri pascoli, disseminati di
cespugli estesi di rododendro.

Dalla
Cima di Corte Lorenzo verso le accidentate creste dei Corni di Nibbio, il 5
Maggio 2002.
Zone
solitarie e selvagge quelle dei Corni di Nibbio, disagevoli e pericolose per gli
uomini e poco redditizie anche per l'allevamento del bestiame. In pratica
nessuno alpeggio sorge lassù, solo qualche balmo di fortuna ricavato fra le rocce, e
i lastricati delle mulattiere militari che risalgono i bassi versanti fino ai
ruderi degli antichi fortini costruiti al tempo della Grande Guerra. Ai confini di questo mondo, il pugno di rustici di
Sasso Grande e del Mot Gianin, avamposti estremi costruiti in un'epoca in cui la
fame d'erba era tanta e la miseria, qui più aspra che altrove, ancora più
grande, restano a testimonianza della fatica di generazioni di alpigiani che fra
queste rupi hanno consumato la loro dura esistenza. Solo sparuti greggi di capre o di pecore potevano trovare
qui qualcosa con
cui sfamarsi, mentre gli gli uomini si arrampicavano sui costoloni fra i dirupi a
strappare quel poco d'erba buona per i periodi cattivi. I sentieri sono ora
quasi del tutto scomparsi, crollati o fagocitati dagli arbusti, e i Corni di
Nibbio rimangono un luogo di isolamento estremo, dove il progredire è sempre
difficile, e dove solo i camosci, i falchi ed il nibbio, il rapace da cui questi
monti prendono il nome, rimangono i veri padroni.

Il
Pizzo del Lesìno fotografato nei pressi del Mot Gianin il 27 Febbraio 05.
IL
CANALONE DI VALFREDDA E LA FRANA DEL 19 APRILE 2005
Il
canalone di Valfredda, o Val Faera o di Nibbio, il maggiore della catena dei
Corni e suo estremo limite Occidentale, si estende per oltre tre chilometri
dalla frazione Nibbio di Mergozzo, adagiata nel
fondovalle Ossolano in sinistra idrografica, a poco più di 200 metri di quota, fino alla Boccheta di
Valfredda, 1697 m s.l.m., aperta fra la cresta Est del Pizzo Proman (2098 m
s.l.m.) e quella Nord-Ovest del Pizzo del Lesìno (1990 m s.l.m.). Ad andamento
Nord-Sud, il profondo vallone è percorso dal Rio Nibbio, che nella sua corsa
verso valle riceve come tributari numerosi riali minori. Affluente di sinistra
del fiume Toce, al suo sbocco nel piano il torrente ha creato un ampio conoide
detritico che negli anni è migrato da Est verso Ovest, lasciando un modesto
spazio a scarsa pendenza occupato dal villaggio. Lo sbocco stesso appare quindi
direttamente aperto sull'abitato, deviando ivi il torrente decisamente verso
Su-Ovest.
La
sera del 19 Aprile 2005 si è innescata sul versante meridionale del Pizzo Lesìno, a ridosso del vallone, ad una quota intorno ai 1000 m s.l.m., una frana
di rilevanti dimensioni, stimabile in circa 500.000 mc. di materiale roccioso,
che è precipitata sul fondo del canale, in parte colmandolo ed occludendone
parzialmente il corso d'acqua che lo percorre.
Ad
oggi (Gennaio 2006) la situazione, tenuta costantemente monitorata dai tecnici della Provincia
del Verbano-Cusio-Ossola, appare stazionaria: il corpo di frana ha permesso un
effettivo drenaggio delle acque meteoriche e di scioglimento, anche se la
situazione meteorologica si è presentata in questi ultimi mesi particolarmente
favorevole. La stagione autunnale, tradizionalmente caratterizzata nella regione
dei laghi da piogge abbondanti, è risultata invece quest'anno assai
avara di precipitazioni, e ciò ha per ora fortunatamente impedito ulteriori
distacchi di materiale roccioso dal versante colpito, nonché la possibile
formazione di un lago a monte del corpo di frana, o l'eventuale
destabilizzazione e mobilitazione del corpo stesso, con colate di fango e
detriti verso il fondovalle.
| |
OTTOBRE |
NOVEMBRE |
DICEMBRE |
| mm |
mm |
mm |
| DOMODOSSOLA |
55 |
8 |
45 |
| SOMERARO
(STRESA) |
104 |
12 |
60 |
mm
di pioggia e neve fusa caduti nel trimestre Ottobre - Novembre - Dicembre 2005 nelle
stazioni meteorologiche di Domodosola e Someraro (Stresa) - Fonte: ARPA Piemonte
rielaborata
Si
riporta di seguito l'ordinanza emessa dal Sindaco di Mergozzo Sig. Luciano
Piralla in data 03/05/05, e affissa nell'area pic-nic di Nibbio, a ridosso dello
sbocco del canalone di Valfredda, onde evitare
l'accesso alla soprastante zona di frana. Nonostante molti mesi siano trascorsi
dall'evento, essa non è ancora stata revocata, a causa dell'altissimo rischio
tutt'ora presente.